Le pinne degli anni ‘50

Le pinne degli anni ‘50

Harley Earl, allora responsabile del Centro Stile di General Motors, rimase folgorato dalla bellezza del P-38, l’aereo che la Lockeed mise in cantiere per affrontare la Seconda Grande Guerra.

Già, Earl, alla Lockeed, non ci capitò per caso. Al tempo, infatti, General Motors forniva all’esercito i motori V-12 Allison. Questo legame indiretto permise a Earl di mettere piede all’interno della Lockeed. Una volta scoperti gli stabilizzatori verticali posteriori del P-38, capì che quelli sarebbero stati gli elementi stilistici che avrebbero contraddistinto la produzione General Motors del dopo guerra. Se quindi ci fosse qualcuno che avesse ancora dei dubbi, ve lo posso dare per certo: le pinne degli anni ’50, ovvero le famose Fifty Fins, furono introdotte nel settore automobilistico proprio da Harley Earl. Lo stilema fu adottato per gradi, tanto che se oggi confrontassimo le pinne delle Cadillac del ’48 con quelle di fine anni ’50, ci renderemmo subito conto di quale sia stata l’evoluzione, una vera trasformazione che portò l’intera produzione automobilistica americana verso concetti di stile che pochi osarono e che più di qualcuno, ancora oggi, non è mai riuscito a comprendere. Ho sempre pensato alle pinne degli anni ’50 come alla perfetta espressione di una scuola automobilistica tutta particolare e rappresentativa di un paese che, nel bene e nel male, ha sempre saputo osare molto. Per alcuni, troppo!

Le pinne degli anni ‘50
1959 Cadillac Eldorado Convertible.

Nel 1935, Sir Malcom Campbell fissò il record di velocità su terra con la sua Bluebird a Daytona Beach in Florida. In questo caso, le pinne verticali della sua Bluebird avevano ovviamente un ruolo funzionale. Di esempi del genere ce ne sarebbero a iosa e in un articolo dedicato si potrebbe anche entrare nel merito della questione puramente tecnica. Ma se torniamo alla produzione di serie dei tempi di Earl, ciò che si vide, per esempio, sulla concept LeSabre, questa volta con badge Buick, ebbe sin dall’inizio una connotazione puramente stilistica, argomento che occupava una posizione di rilevanza sulla cultura automobilista americana del tempo. Ad un certo punto, lo stile non fu più sufficiente a giustificare l’impiego delle pinne. I costruttori e le loro agenzie di marketing, allora, decisero di affidare i loro messaggi pubblicitari a giustificazioni tecniche. Ne rappresenta un incredibile esempio la pubblicità di Chrysler durante la promozione della propria gamma del ’56, con annunci del tipo:” How is a Chrysler-built car similar to a jet fighter, a Gold Cup racing boat and a big-time race car?”, puntando ovviamente sul concetto puramente tecnico di stabilità direzionale garantita dall’aerodinamica delle vetture di produzione Chrysler. Vetture, per inciso, che venivano disegnate da un altro grande designer dell’epoca, tal Virgil Exner. Lo stesso Exner, per giustificare l’utilizzo delle pinne, chiamò in causa anche il comportamento aerodinamico del corpo a forma di goccia affermando che “…tutti sappiamo, naturalmente, che la goccia è la forma che dal punto di vista della resistenza aerodinamica offre il comportamento migliore. Tuttavia, la sua stabilità nei confronti del vento laterale è molto scarsa. Il solo modo per stabilizzare l’auto senza compromettere i bassi valori di resistenza aerodinamica è l’uso delle pinne”. Non furono tutte bugie. Anzi. Non furono per nulla bugie. Forse vennero particolarmente enfatizzati certi comportamenti aerodinamici, ma vale la pena ricordare che Chrysler, durante lo sviluppo dei modelli del 1957, si appoggiò veramente a studi di aerodinamica, sebbene in maniera abbastanza sommaria. Un modello in plastica di una DeSoto venne appoggiato su una sorta di tapis roulant e caricato con una massa di poco meno di 250 chili; successivamente gli furono applicate pinne verticali di differente misura e forma. Il modello in scala 3/8:1 fu per l’epoca qualcosa di veramente grandioso, tanto che venne dotato di un fondo scocca finemente copiato da quello delle vetture che sarebbero uscite dagli stabilimenti Chrysler degli anni successivi. Il modellino venne anche dotato di un sistema di raffreddamento perfettamente funzionante. Il modello fu sottoposto a flussi d’aria con differenti angoli di inclinazione e i risultati raccolti furono perfettamente sintetizzati dallo stesso Exner che abbe a dire: “Con le pinne più alte, la stabilità laterale aumenta fino al 20%, in corrispondenza delle velocità di crociera tipiche delle highway”. Pubblicizzare questi risultati portò grandi benefici a Chrysler che, nel 1957, vide crescere la propria presenza sul mercato di circa tre punti percentuali.
Passarono gli anni e la dimensione delle pinne crebbe fino a raggiungere valori quasi imbarazzanti. La massima espressione di questa filosofia la raggiunse Cadillac con i modelli del 1959, su alcuni dei quali le pinne riuscirono a raggiungere altezze di quasi 110 cm e fu opera di un altro grande designer GM: Bill Mitchell, il designer che prese il posto di Earl. Nato a Cleveland nell’Ohio, Mitchell, figlio del titolare di un dealer Buick, studiò design prima a Pittsburgh (Carnegie Institute of Technology), Pennsylvania e successivamente a New York (Arts Student League). Una volta, parlando delle pinne degli anni ’50 ebbe a dire che un’auto deve essere eccitante e che “…le pinne sembravano donare proprio questa caratteristica…”.
Gli ultimi anni ’50 furono l’apoteosi delle pinne che resero questo decennio di produzione automobilistica americana unico al mondo. Ad un certo punto, anche le pinne di derivazione aeronautica divennero noiose, non più capaci di portare quella ventata di futurismo che aveva pervaso quasi un intero decennio di automobili a stelle e strisce. Scomparvero, quasi d’improvviso e, immediatamente, quelle che gli americani definirono i “draghi della strada” si trasformarono in qualcosa di vecchio, di già visto e, perché no, di inutile.

Le pinne degli anni ‘50
1957 Chrysler Dart Concept

L’era delle pinne era finita, ma highway e freeway furono per lungo tempo occupate da queste auto che incantarono e che, solo dieci anni dopo, vennero considerate dei veri e propri dinosauri avviati verso l’estinzione. Ancora oggi occupano un posto importane nella storia automobilistica americana e mondiale. Quando sentirete parlare di Fifty Fins saprete che per ben dieci anni, le case automobilistiche americane ebbero il coraggio di portare le massime espressioni di design dalla carta alle strade di tutti i giorni. Sono in molti oggi a guardare quasi con sdegno alla produzione automobilistica americana di quegli anni. Io continuo a considerarle un sogno diventato realtà.