Per il fuoristrada estremo cavatappi anziché ruote

Per il fuoristrada estremo cavatappi anziché ruote

La propulsione a vite non è una trovata estemporanea e trova applicazioni su veicoli di serie

Su Auto Tecnica, nel corso degli anni, abbiamo passato in rassegna i sistemi di propulsione e di trazione più esotici ma poiché la genialità degli inventori è illimitata non si potrà mai dire di aver descritto tutto. Recentemente i notiziari specializzati hanno parlato di due veicoli con un sistema di trazione non convenzionale, mediante grandi viti senza fine orizzontali. Infatti, la All-Terrain Vehicles Plant o ZVM, di Nizhny Novgorod, in Russia, di concerto con la locale università, ha restaurata un fuoristrada UAZ-452 (soprannominato Bukhanka, pagnotta), in pratica la versione a cabina avanzata della UAZ-69M, cioè un equivalente sovietico della Jeep, e ne ha fatto lo ZVM-2901 Shnekokhod, un veicolo anfibio in grado di muoversi con disinvoltura in acqua, paludi, fango e neve.

Intanto, l’attività spaziale che coinvolge i vettori russi, per i quali è previsto l’atterraggio nel Kazakistan, ha mostrato in azione speciali squadre di recupero, gestite dal ministero delle emergenze (equivalente della nostra protezione civile). Si tratta di convogli costituiti da autocarri anfibi ZIL-4906 Pevchaya Ptitsa (azzurrino, un passeraceo di colore azzurro, come sono azzurri questi veicoli) dei quali uno è attrezzato per sollevare e trasportare una capsula spaziale ed uno o più trasportano un moderno ZIL 29061, con trazione “a cavatappi”, che interviene nel caso in cui gli astronauti si siano allontanati dalla capsula Soyuz in un’area difficilmente raggiungibile con mezzi convenzionali.

L’idea della vite di Archimede o vite senza fine applicata alla trazione è vecchia quasi quanto i veicoli a motore. Normalmente le viti senza fine sono due e sono controrotanti: il loro funzionamento, in pratica, è l’opposto della vite di Archimede (chiamata anche coclea), che è una macchina fissa per muovere acqua, terra, sabbia ecc.; infatti, mentre la macchina di Archimede è saldamente ancorata a terra, i veicoli a vite senza fine si muovono su una superficie che si può definire statica (anche nel caso si tratti di acqua).

Tra i brevetti più vecchi incentrati su un’idea di questo genere si ricorda quello dello svizzero Jacob Morath, trasferitosi negli Stati Uniti, che nel 1899 ipotizzò di impiantare questo mezzo di propulsione su un trattore agricolo. Uno dei primi veicoli a vite effettivamente costruiti fu quello di Ira e James Pavet, americani, che brevettarono una macchina del genere nel 1907 e ne costruirono due prototipi: si trattava di un mezzo articolato su due corpi e perciò le viti erano quattro. Questo veicolo, studiato per trasportare tronchi d’albero, si comportò bene sulla neve, ma non sul terreno asciutto, e non ebbe seguito.

Nel 1926 l’americana Armstead Snow-Motor modificò un trattore Fordson in questo modo e ne nacque un veicolo soprannominato Snow Devil (diavolo della neve) che ottenne un certo successo. Esperimenti vi furono durante la Seconda Guerra Mondiale, soprattutto negli Stati Uniti e in Germania, ma non ebbero seguito per la scarsa mobilità si terreno asciutto o su strada. Il tema tornò d’attualità nel 1962-1963 quando la Chrysler realizzò per le forze armate americane il Marsh Screw (vite delle paludi) che, con un motore da 225 HP, consentiva la marcia a 23 km/h nel fango, 15 km/h in acqua e 32 km/h sulla neve; di lì a poco esplose il conflitto nel Sud-Est Asiatico, con l’esigenza di muoversi nelle risaie, negli acquitrini e nei fiumi del Vietnam del Sud. La Chrysler rivide il progetto e nel 1969 realizzò il Riverine Utility Craft (veicolo multimpiego fluviale), con due motori da 6,7 litri e cilindri d’alluminio con  elicoidi dalle volute molto più rade. Le prestazioni erano migliori, con 25 km/h in acqua e 46 km/h nelle paludi ma sul terreno solido la velocità precipitava a 7 km/h; inoltre, nelle risaie, questi mezzi avevano la tendenza a “piantarsi” sulle spallette di terra che trattenevano l’acqua. Ne furono costruiti dieci che ebbero scarso impiego.

Decisamente le realizzazioni di questo genere ad aver avuto i migliori risultati sono state quelle russe come l’LFM-66 sulla base del veicolo tattico GAZ-47 (che, nell’originale, esisteva in versioni a ruote e a cingoli), i più grandi GPI-72 e diversi prototipi, anche sotto forma di motoslitte, per arrivare ai due tipi citati all’inizio dell’articolo.

Lo ZVM-2901, se la presentazione susciterà sufficiente interesse, sarà posto in vendita sul mercato commerciale. Il costruttore, che non ha anticipato il prezzo di vendita, ha dichiarato che questo “fuoristrada a vite” dall’aspetto simpatico, ha un motore Cummins ASF3.8 Diesel common rail, con turbocompressore ed intercooler, da 152 HP, il cambio è manuale a 5 marce con riduttore, e la velocità è di 25 km/h sul terreno e 10 km/h in acqua. Il veicolo è lungo 5,5 m, largo 2,5 m e pesa tra 4.000 e 5.500 kg (secondo il carico): gli optional sono la trasmissione automatica, il comando a distanza ed il navigatore GPS con possibilità di pilotaggio automatico (utile negli spostamenti in acqua).

Dello ZIL-29061, invece, non si è a conoscenza della possibilità di una versione da immettere sul mercato commerciale e non è neppure facile trovare dati precisi su di esso. Si può dire che le sue viti sono azionate da due motori a benzina di 1,2 litri da 77 HP ciascuno. Con una capacità complessiva di 135 litri, questo anfibio percorre 100 km, cioè 0,74 km/litro. Le sue dimensioni sono  3,8 m di lunghezza, 2,3 m di larghezza e 1,9 di altezza. Il peso totale è indicato in 2.220 kg. Nel fango lo ZIL-29061 può arrivare a 20 km/h, in acqua a 16 km/h mentre sulla neve, che è l’ambiente nel quali i veicoli a vite senza fine sono maggiormente a loro agio, tocca i 45 km/h. Come si suol dire, ben difficilmente nel nostro futuro privato ci sarà un mezzo da neve a vite, ma… è bello sapere che c’è.

 

 

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